Coaching e libertà

Ho scoperto negli anni che esistono tanti coaching. E dopo più di dieci anni che mi occupo di coaching e formazione e dopo quasi nove anni che scrivo su questo blog, mi sento di dire che ne ho viste di tutti i colori…

Tutti a cercare di marcare il territorio e la differenza rispetto al counseling e alla psicologia, dicendo che il coaching è un processo, un insieme semplice di domande e risposte. Un processo dove il contenuto della conversazione non è importante e dove ciò che conta è l’obiettivo di sessione o di percorso.

Io sinceramente, pur rispettando le 11 competenze del coach definite da ICF, non concordo su questo approccio.

Innanzitutto ritengo che il coaching per funzionare debba essere “libero”. Libero nel senso che si debba poter attingere anche ad altri strumenti, ad esempio l’utilizzo del feedback oppure lo storytelling, o ancora la trattazione delle emozioni e delle sensazioni del corpo.

Uscire dunque dal rigido schema del modello GROW e capire che ciò che conta è lo sviluppo della persona che abbiamo davanti e si è rivolta a noi, per instaurare un rapporto d’aiuto alla ricerca di nuove consapevolezza e con nuovi obiettivi da raggiungere.

Ho frequentato, ormai circa dieci anni a fa, la EEC – Escuela Europea di Coaching e mi hanno insegnato il Coaching Ontologico Trasformazionale.

Un approccio davvero libero al coaching.

Con la possibilità di dare feedback, esprimere pareri attraverso le distinzioni linguistiche offrendole al coachee come feedback e su questi richiedere un suo parere. Tutto nel massimo rispetto della persona che abbiamo davanti consapevoli che è lui il vero attore del percorso.

Già dieci anni fa si utilizzavano strumenti aggiuntivi come il trattamento delle emozioni, la visione sul futuro, ecc.

Ma ancora oggi, arrivano da me coachee delusi perché il loro coach non stabilisce una relazione con loro, non è empatico!

E francamente non capisco… seppure è così chiaro e semplice. Ciò che conta davvero non è rispettare il processo, ciò che conta è che il nostro coachee esca dalla sessione con gli strumenti giusti per proseguire nel suo percorso di crescita, seppur ripeto nel rispetto delle 11 competenze ICF.

A proposito di questo vorrei fare una riflessione partendo dal fatto che per me, ripeto il coaching è libertà.

E questo concetto l’ho condiviso spesso con una collega Silvia Camerini, con la quale ho lavorato e con la quale più volte mi sono confrontato su questo tema.

Una relazione di coaching, in realtà funziona soltanto se è libera. Cioè se il coach è libero, se l’approccio al coaching è libero.

Silvia ed io veniamo da una lunga esperienza di coaching. Silvia è accreditata ICF, io invece ho preferito tenermi fuori da organizzazioni e associazioni perché non credo nell’efficacia di tali strumenti.
Detto questo sia io che lei utilizziamo gli stessi strumenti e lo stesso approccio.
Da sempre abbiamo applicato il modello GROW e rispettato le 11 competenze di ICF.
Siamo stati i cofondatori di una scuola di coaching e curatori di contenuti e docenti della stessa.
Silvia più specializzata sugli aspetti legati alla gestione delle emozioni e del corpo. Io più sul linguaggio.

Sin dall’inizio ci siamo trovati un po’ in difficoltà nel far “passare” questi elementi importanti quali il lavoro sul corpo, le emozioni e il linguaggio.
Si perché il coaching puro è semplicemente una sequenza di domande e risposte (e niente più) nell’esplorare le quattro fasi del modello GROW.

Nel tempo, però, ci siamo accorti che il solo modello GROW e la sola sequenza domande/risposte non era sempre efficace. I nostri clienti, i nostri allievi cercavano vicinanza, comprensione, empatia o ancor meglio quella che noi abbiamo definito “compassione”.

Ed è qui che nelle nostre sessioni ci siamo presi la libertà di introdurre il lavoro sulle emozioni, sul corpo, sulle distinzioni linguistiche, il poter fornire feedback, lavorare sul futuro, lo storytelling e le metafore.

Ci siamo presi la libertà di rompere le regole. Semplicemente perché tutto questo era tremendamente efficace! Funzionava e funziona.

Le persone quando parlano dei loro problemi vogliono sentirsi prima di tutto comprese, vogliono sapere che tu (coach) ci sei, che puoi dargli un aiuto concreto.
E il meccanismo di processo basato su domande e risposte è troppo asettico, troppo freddo.

Abbiamo dato una strappo alle regole, cercando comunque di non uscire dai principi base del coaching.
Ad esempio, si dice sempre che il coach non dice, ascolta.

Ebbene, poter dare una indicazione, un feedback, un parere al proprio assistito può essere davvero efficace. E come farlo, senza far sentire le persone giudicate?
Semplice!
Si dà un parere, formulando una domanda.
Ad es. “Se può esserti utile avrei, a questo proposito, una storia da raccontarti…. che ne pensi?” Oppure “Mentre parlavi di questa cosa… ho notato che, ho visto che… Che vuol dire questo per te? Quanto è importante…”
Oppure “Questa sensazione che provi, dove la provi nel tuo corpo? Nella pancia?” “Sai che la pancia è il nostro secondo cervello, quello più profondo e appunto più viscerale?”

Insomma abbiamo scoperto sperimentando che prendersi la libertà di parlare, di puntualizzare, di dare feedback era tremendamente efficace. Dava al coachee spunti di riflessione, apriva a nuove consapevolezze, spesso provocava il famoso switch che porta le persone a cambiare, davvero!
Il liberarsi da regole sul coaching arricchiva il coaching stesso.
Incredibile!

Su questa cosa abbiamo lavorato molto e anche ci siamo trovati un attimo “osteggiati” da colleghi più puristi.
Ma noi crediamo nella relazione di aiuto, nello sviluppo delle persone molto di più che nella relazione di coaching. Non ha senso rimanere fermi su una metodologia, quando io posso invece arricchirla e potenziarla.
Ripetiamo.. non è la relazione di coaching che conta ma piuttosto la relazione di aiuto che ci permette attraverso le coaching skills di potenziare il processo stesso.

E’ tutto talmente semplice e ovvio che molti nostri colleghi non l’hanno visto, non l’hanno capito. Erano troppo impegnati nel loro sforzo di distinguersi dagli psicologi e dai counselor.

Noi abbiamo iniziato ad arricchire il nostro approccio con l’integrazione del lavoro tra Mente, Corpo ed Emozioni già nel 2011.
E ci conforta oggi sapere che su una rivista americana di coaching “Choice” Volume 15 Numero 3, si parla proprio di questo… “breaking the rules”.
Liberi di rompere le regole, ricombinandole in un nuovo equilibrio nel rispetto delle competenze di coaching e nell’etica che sempre deve contraddistinguere l’operato dei coach.
Già… e anche sull’etica ci sarebbe molto da dire, ma non è questa la sede opportuna.
Soltanto una domanda… accettereste di lavorare con un coach che vi dà consigli, che vi impone le sue scelte, che vi dice cosa fare, che dà giudizi, che è aggressivo e poco trasparente?

Per concludere, noi c’eravamo già nel 2011 con questo approccio che oggi viene definito “blending coaching” e cha abbiamo cercato di diffondere attraverso la nostra scuola di coaching, prima di tutto ai nostri stessi colleghi e poi agli allievi.

Cari coach… rendiamoci liberi, diamoci il permesso, sentiamoci liberi di proporre metafore, feedback, storytelling, sempre sottoponendo tutto questo alla scelta del coachee attraverso delle domande di controllo.
Per noi è semplice… ma non è per tutti. C’è bisogno di esperienza, tatto, intuito, spirito di osservazione, sensibilità, voglia di esserci davvero.
Chi non se la sente, non ci riesce, non vuole può continuare a seguire le regolette e il modello GROW.

Ultimo punto, non basta più la tanto pubblicizzata empatia. Eh no…
I nostri coachee, i nostri assistiti cercano la compassione, nel senso letterale e latino del termine…

La compassione (dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια , sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con..).

Se siamo davvero dei bravi coach e sappiamo gestire le emozioni altrui e le nostre, possiamo accompagnare il coachee attraverso la scoperta di ciò che davvero prova rispetto ad una determinata situazione.

Ed è utile farlo nel momento in cui, quella situazione descritta rappresenta un nodo irrisolto, qualcosa da “sondare”, da esplorare per il coachee e a detta del coachee stesso.
Provare compassione ci permette di stare vicino, di essere presenti, di vivere con forza quello che il coachee vive.

Da bravi coach, sappiamo anche che dobbiamo poi metterci in una posizione meta, per osservare in assenza di giudizio, allo scopo di aiutare il coachee a dare un nome a ciò che prova e di conseguenza capire se quella determinata situazione è utile, importante, necessaria per lui.

La compassione rispetto all’empatia ha un effetto molto potente sul coachee. Lo fa sentire profondamente compreso e accettato. Lo rende a sua volta libero.

E’ come se il coach gli dicesse: “Ehi, tranquillo! Questo è il tuo spazio, dove tu sarai libero di esprimerti e sarai accettato per quello che sei. Te stesso.”

E se ci pensiamo il coaching è questo. E’ un prendere in braccio le persone, è accompagnarle sorreggendole, è un percorrere insieme un percorso nella piena comprensione e nel pieno rispetto della persone. Un percorso dove, sia chiaro, le scelte le farà sempre e solo il coachee.

Concludiamo davvero.
Il coaching è libertà nell’atto stesso in cui si decide di voler utilizzare questa relazione di aiuto per sviluppare sé stessi.

Il coaching è libertà se, chi fa coaching, spezza le catene delle regole per arricchire il processo con nuove ed efficaci strumenti nel rispetto delle 11 competenze di coaching e nel rispetto dei propri assistiti. Il tutto senza perdere di vista il fine ultimo che è quello di aiutare le persone nel proprio percorso di sviluppo con etica e responsabilità.

Questo approccio al coaching è denominato anche blending coaching sulla rivista Choice e io trovo che sia questo l’approccio giusto!

Proviamoci insieme a cambiare le regole.